Volevo fare il chitarrista, ma ha vinto il FA DIESIS

beatlesLe passioni a volte arrivano così per caso, anzi forse le passioni vere sono solo quelle. Le incontriamo mentre stiamo a pensare ad altro, o a niente, in momenti normali che non lo diresti mai che lì, in quei minuti, sta per succedere qualcosa.

Io, per esempio, ero nei corridoi della mia facoltà, tra una lezione di mattina che non avevo frequentato e una pausa caffè. Da lì sono passati circa otto anni, sono andati e venuti pensieri, vestiti per lo più discutibili, occhiali, grandi amori, esami, lavori, sogni realizzati, o dimenticati.

La Musica no. Voi direte, passione banale quella per la musica; sì, forse sì.
Però la mia è una passione un po’ strana: io non suono, proprio non ci sono portato, e dopo anni non saprei ancora dirvi il mio genere preferito, che ce ne sono almeno cinque / sei, anche dieci se consideriamo i sotto-generi.

Si, vabbè, poi ci sono i Beatles, ma quella è proprio un’altra cosa, un altro pianeta, come parlare – che ne so – ecco infatti, non lo so, non c’è nessun confronto.

Ma andiamo oltre.

La Musica dicevo, è rimasta comunque.
Mi piacciono le storie dietro alla musica, quelle di ventenni che passano le ore in sala, e mi piace vedere come un passatempo tra amici diventa qualcosa di più, giorno dopo giorno.
Come questi ragazzi, più o meno bravi, più o meno simpatici, passano attraverso pressioni del mondo fuori, altre aspirazioni, progetti di vita fatti e disfatti, soldi mancanti e soldi investiti.
E resistono, non tutti, ma qualcuno resiste. Continuano a fare musica, a spendere week-end, e non solo, dietro a locali che garantiscono poca gente e ancora meno soldi.
Come “fare un disco” passi dall’essere il sogno di una vita, al progetto più bello, a una sfida da ripetere.
Mi piace vedere come le persone cambiano negli anni, come cambia la loro musica e come, in certi casi, in quelli migliori, resta sempre.

Ecco cos’è la mia passione per la musica: una passione per le storie. Perché se le segui, le loro storie, alcune band, le migliori, sul palco te le raccontano, anche non volendo, e te lo fanno sentire quel sudore, quelle speranze, quell’incoscienza, quei chilometri e quelle birre in locali con poca gente e con ancora meno soldi.

Certo, vanno cercati, in mezzo a tutto, ai suoni sempre uguali, alle illusioni di talenti inesistenti, ad uffici stampa migliori di quanto alcuni non meritino: queste storie vanno cercate.
Le riconosci da quanto brillano gli occhi, da quanto veloce si fa la parlantina mentre te le raccontano, da quanto male stanno pochi minuti prima di salire sul palco.
Le riconosci quando per un momento piccolo piccolo, tu stai lì sotto, a sentirli, muovi la testa a ritmo, e – non ho mai capito se succede davvero – uno di loro ti guarda, sorride, e continua a suonare, o a cantare; proprio nel momento in cui la sua storia incontra la tua.

Ecco.
Quel momento lì dura da più di otto anni.
Spero con tutto me stesso che duri per i prossimi novantacinque, almeno.

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