La più dolce delle gravidanze

In qualche modo civuoleunPAESE è una gestazione. Ed è con la sua idea nella pancia che mi è capitato, poco fa, tra un panino al crudo e un caffè troppo poco scuro, di concentrarmi sul concetto di “attesa” (complice anche questo gonfiore addominale da birra, a cui in fondo faccio sempre meno caso, a meno che non sia costretta a chinare lo sguardo).
Finora ho atteso messaggi, principi azzurri, promozioni, il venerdì e l’estate.
L’attesa per eccellenza, quella no, non mi è appartenuta.
Però me la son idealmente figurata come un connubio perfetto di perplessità e domande, e sacrificio e prudenza: non una vera e propria rinuncia, ma la scelta consapevole di soluzioni più opportune, dettata dalla capacità di intuire le conseguenze del proprio agire; insieme il caos e il fermento tipico delle preparazioni fisiche ed emotive “informate”, dense di emozioni, contenuti, cura, riflessioni.
La percezione stessa del tempo nella gravidanza dev’essere diversa, più matura, come si dilatasse per creare vita. Una sorta di tempo creativo, che, in quanto tale, non va forzato, come tutti i tempi di gestazione necessari perché un progetto a cui siamo affezionati veda la luce.
L’attesa è quella lenta escalation di emozioni che si spalma fino a poco prima e da poco dopo quel momento fatidico, il suo profumo e il suo ricordo.
Ciò che conta davvero, forse, è solo avere sempre qualcosa da annusare e da ricordare.
Io sto aspettando il 28 Agosto, e mi ci sto preparando a modo mio, tra una birra e l’altra.

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