The BEST of POP per CVUP

piantina palchi BEST

A Leverano Stefano Bergamo (in arte BEST) è un’istituzione, oltre che motivo di grande orgoglio per tutto il paese.
Anche Stefano è partito da lì con una passione forte per le mani e ha preso il largo con la sua tavolozza di colori sottobraccio, partecipando a numerose mostre collettive e personali sul territorio nazionale e internazionale.
Con i maestri della Pop Art e della storica Street Art Americana ha in comune il ricorso alle nitide e suggestive immagini della realtà metropolitana: il suo è un mondo pop fatto di traffico cittadino, di automobili ammassate in attesa di rottamazione, di incroci caotici in cui si incastrano in doppia e tripla fila colonne di vetture colorate, ma anche di figure e ritratti di personaggi ispirati a famosi fumetti.
C’è di tutto questo un po’ nella piantina del centro di Leverano che BEST ha realizzato in esclusiva per civuoleunPAESE, mettendo la sua creatività e la sua arte al servizio di un’altra sua grande passione: la musica.
Questa riproduzione è ideata per noi tutti e per quello che accadrà il 28 agosto a Leverano: tre palchi in corrispondenza dei tre simboli del centro storico, l’orologio, la torre e il cuore di piazza Roma. E soprattutto un nome per ogni palco.

Presto le band e tutto il resto che animerà quelle strade in quella sera d’estate. Anche Stefano avrà dell’altro da raccontare. Continuate a seguirci!

P.S. Sappiamo che vi starete già chiedendo cosa c’è dietro quei tre nomi buffi e “nordici”. Ve lo diremo solo se farete i bravi!

www.stefanobergamo.it

Era l’8 marzo del 1986

rock lineHo incontrato civuoleunPAESE qualche giorno fa, mentre navigavo tra un social e l’altro: un festival di musica emergente, fatto da ragazzi che non hanno grande esperienza, senza soldi, strutture, agganci professionali. Devono per forza essere dei pazzi.

E qui mi sono detto “sì, sono dei pazzi, perché solo i pazzi possono fare cose così e scrivere certe storie”.
Come nei migliori film, o nei romanzi, a questo punto parte un enorme flashback, tutto nella mia testa, e nella mia storia.

Trent’anni fa Leverano era un paese che viveva ancora di vigne, ulivi e tabacco; qualcuno aveva iniziato con i fiori e tutto quello che conosciamo oggi come vita quotidiana, il web, Facebook, le e-mail, i cellulari, i videogames e molto altro, era ancora lontano persino dall’essere solo fantasia.

Il mondo allora era distante dalla modernità e le distanze erano sempre troppo grandi. Leverano, trent’anni fa, era ad anni luce dalle case discografiche, irraggiungibili, quasi come i sogni e le speranze di sei ragazzi di paese, con il fuoco della musica che diventava caldissimo quando le mani incontravano le corde di una chitarra.
Trent’anni fa non c’era molto, non c’era nemmeno una vera cultura musicale. E allora?

E allora c’era la passione, c’erano le Emozioni di Battisti, le lettere ai cari amici come quelle di Dalla. C’erano le cabine a gettoni e i Juke Box, come quello mitico del Bar Fontana, che bastavano 100 Lire per farlo suonare e farti sentire i bassi sotto i piedi.
C’erano i Dire Straits e Carlos Santana; c’erano le radio libere, anche a Leverano e c’era il Mocambo, la prima discoteca ufficiale. I ragazzi avevano Le Vespe PX Piaggio o le Moto Cagiva. E quando era freddo, o quando si voleva esser fighi, si indossavano giacche Ellesse.
Ma, soprattutto, c’erano le Fender, quelle bellissime chitarre fuori dal negozio di dischi Erriquez-Supersonic. E c’eravamo noi sei, con i nasi schiacciati contro quelle vetrine e con il rock and roll nelle orecchie e nella mente.

A Leverano, prima di noi, c’era stato solo un altro gruppo, ma erano stati all’estero, con i loro genitori emigrati per lavorare e loro l’avevano visto il rock and roll. Per esempio c’era Luigi Negro, si dice che a 10 anni suonasse la batteria come nessun altro; oppure il Maestro Quarta, compositore del pezzo “Ma che donna sei”, che allora si diceva, era di successo.

Noi, beh… noi eravamo rock and roll, eravamo gli “High Tension”; alcuni sapevano recitare la formazione a memoria, come quella delle squadre di calcio: Luigi De Tommasi, Bruno Tramacere, Luigi Negro (quel Luigi Negro), Gianni Capestro, Dario Giusto e Fabio Frisenda.

Anche noi facemmo il nostro civuoleunPAESE, c’erano i migliori gruppi rock emergenti della provincia, c’eravamo noi sei e c’era il Cineland a Leverano, era l’8 Marzo del 1986.

C’era gente quella sera, e applaudivano forte e noi suonavamo più forte e loro ancora di più.
C’erano i debiti però; eravamo squattrinati, andavamo a avanti a pane e passione, e cambiali, e chitarre, mixer e amplificatori che sapevamo già che di non poterceli permettere, ma era la musica, era il rock and roll!

Pazzi? Forse sì, ma con le idee chiare.
Suonammo, e suonammo ancora; il CINELAND fu teatro di altre serate fatte di musica vera e sudore; senza basi o karaoke, solo chitarre, batteria, basso, tastiera e voce; e c’erano ancora entusiasmo, applausi e urla; che un live non era cosa da tutti i giorni a Leverano 30 anni fa.

Sono stati anni meravigliosi, e difficili anche. Il tempo passava e quel futuro che sognavamo era sempre lontano, non sembrava avvicinarsi mai, mentre gli anni, le responsabilità e tutto il resto erano sempre più presenti.
A metà degli anni ’90 abbiamo sciolto gli “High Tension”, si sono sciolti sogni e idee di sei ragazzi di Leverano, con i nasi schiacciati contro le vetrine dei negozi di dischi ed il suono di una Fender in testa.

Ora ci sono cassetti pieni di piani e desideri, di dischi e di strumenti. C’è gente che è a Milano, chi a Londra, chi lavora nel cinema e chi ha aperto un bar.

Poi, dopo più di vent’anni scopri che i pazzi esistono ancora, che vogliono fare un Festival di musica emergente a Leverano, senza averci una Lira.
E allora vale la pena raccontarla questa storia, finchè c’è la follia, finché c’è il rock and roll.

Posted by Fabio (a lui un grazie di cuore)

civolevaunSECONDODISCO

PostalService_cover300dpiLa storia di oggi la facciamo iniziare dalla fine.
Chicago, estate 2013. “Metro” a Chicago non è solo il nome di una fitta ed efficiente rete di trasporto metropolitano, ma anche quello di una concert hall, un “live club”, come diremmo noi, che da anni fa una programmazione da brividi.

In estate Chicago non si svuota per niente, che ormai non si svuota più nessuna città, nemmeno quelle piccole, e la sera – dicono – è pieno così di concerti di band più o meno interessanti. Più o meno emergenti.

Quella sera, sarà stato il 3 o il 4 Agosto, non c’era una band normale. E non erano normali gli occhi della gente, soprattutto. Pian piano si coloravano di quel velato grigio che hanno di solito gli occhi quando li prendi di sorpresa, quando li metti davanti a qualcosa che non si aspettano, come un saluto, un addio, come una rinuncia.

Esattamente 10 anni prima esce un disco. Un disco elettro-pop; gli autori non sono propriamente una band: sono due, suonano in gruppi diversi e si sono semplicemente trovati molto bene. Tanto bene da scrivere un disco, che esce per un’etichetta che ci voleva coraggio solo a nominarla. La Sub Pop è quella che ha tirato fuori i Nirvana; anche lì erano passati dieci anni, forse di più.

Give Up dei Postal Service è il disco più di successo della Sub Pop dai tempi di Bleach dei Nirvana.
I Postal Service sono, o forse erano, Ben Gibbard e James Tamborello. Due che erano così poco una band che si mandavano i lavori su music-cassette registrate e poi spedite, non inviate ma proprio spedite con la US Postal Service, appunto.

Give Up è un disco che chi l’ha incontrato difficilmente dimentica, tanto da aspettare, sperare, leggere, farsi anticipare, e immaginare un secondo disco.

I Postal Service sono così poco una band però, che un secondo disco non l’hanno mai fatto, si dice abbiano iniziato a scriverlo, si dice che le poste abbiano ricevuto qualcosa, ma non sono andati avanti.
Fino al 2013. Hanno fatto due o tre concerti; hanno pubblicato una nuova canzone e lì, mentre le speranze continuavano ad auto-alimentarsi, come voci di paese, hanno suonato a Chicago, una città dove “Metro”, appunto, non è solo il nome di una rete di trasporti sotterranei.
Per l’ultima volta, come un saluto, come un addio, come una rinuncia.

civuoleunIMPREVISTO

binaricvupHo passato gli ultimi mesi a pensare che tutto quello che capitava, o, per lo meno, tutto quello che capitava senza essere stato previsto fosse una complicazione.
Io davanti alle complicazioni ho un comportamento standard, riassumibile in una sequenza del tipo:
Sorpresa –> Ansia –> Sconforto –> Fame (non vi chiedete il motivo, non l’ho mai capito) –> passeggiata al mare –> tranquillità.
Si, non sono normalissimo, ma il punto non è questo.

Il punto è che qualche mese fa, invece, il mio tempo lo trascorrevo a cercare un progetto, qualcosa da seguire dall’inizio, scommettendo tutto sulla sua riuscita e sulla sensazione di benessere che ne sarebbe seguita.
Poi, ho scoperto che le complicazioni rappresentano il 98% del progetto stesso, che un progetto è esattamente quel 98%, e che il mio desiderio di pianificazione e i miei programmi erano solo i binari su cui accogliere quest’accozzaglia di intralci, cancellazioni, contraddizioni, conti che non tornano.

Il bello è proprio questo, quel 98%.

Oggi, ad esempio, sui nostri binari, storti e costruiti con mezzi di fortuna, è arrivato un cambiamento pesante, non previsto, e, proprio per questo, sorprendente e bellissimo. Caschiamo in piedi, e ancora più carichi.

CVUP, che da sempre ci ha reso felici e fieri, sta reggendo ai conti, ai discorsi, agli incontri. Sta reggendo alla burocrazia, alle canzoni che nessuno conosce, alla difficoltà di mettere i nostri gusti personali al secondo posto.

I binari di CVUP reggono: stiamo arrivando.

civuoleYESTERDAY

Com’è fatta una cosa così famosa da essere quasi banale prima che lo diventi?
Voglio dire, prima che qualcosa sia conosciuta da tutti, ma proprio tutti in tutto il mondo, com’era, o dove stava?
Ho appena letto da qualche parte che, esattamente 50 anni fa, Yesterday ancora non la conosceva nessuno, o quasi, 50 anni e pochi mesi fa non esisteva.

Si, quella: Yesteday, all my troubles seemed so far away…
Oggi la conoscono tutti, ma proprio tutti, magari non tutto il testo, magari non conoscono bene i Beatles (male!) ma Yesterday, quella melodia, non sfugge a nessuno, da decenni.

Dov’era 50 anni fa?
La leggenda dice che all’inizio si chiamasse “uova strapazzate” e che sia nata di notte, forse in sogno, o in un pensiero.
Era già così quando è nata, così liscia e così perfetta da sembrare già fatta; così finita e viva di un respiro tutto suo, che nemmeno chi l’ha scritta aveva il coraggio di firmarla.

Perché le cose così grandi da diventare banali, forse, non le inventa nessuno.
Loro sono lì, da qualche parte in un angolo spazio-temporale che nemmeno i nostri bis-nipoti arriveranno mai a scoprire, ma dove le idee e le cose più belle esistono già, respirano, parlano tra loro, crescono e quando sono grandi abbastanza, un po’ spaventate, finiscono nella testa dei più fortunati, o dei più folli.
Come Paul McCartney.
Come Yesterday, che 50 anni fa non esisteva e che oggi è così perfetta da essere quasi banale.

…oh I believe in Yesterday…